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Olivicoltura moderna: intensivo o superintensivo?

Oggi il mercato ci mette di fronte la necessità di cambiare l’assetto strutturale della nostra olivicoltura. Se da un lato le nostre produzioni sono riconosciute e apprezzate nel mondo per la qualità organolettica, dall’altro è anche vero che negli ultimi anni il settore olivicolo italiano sta perdendo competitività a scapito di Paesi che, diversamente dal nostro, hanno investito molto in questo settore.

Un’olivicoltura moderna impone all’agricoltore italiano un cambio di passo nella strategia di produzione. Tale cambio di passo deve tener conto prima di tutto di una gestione agronomica degli oliveti più professionale, mirata a ottenere il massimo in termini di quantità e qualità, ponendo attenzione agli investimenti realizzabili negli oliveti esistenti e alla realizzazione di nuovi impianti il più possibile meccanizzabili. In quest’ottica la densità di impianto assume un’importanza rilevante, che deve essere valutata in tutti i suoi aspetti tecnico-agronomici e contestualizzata in funzione degli areali di coltivazione e delle opportunità di mercato che si possono cogliere.

Ora facciamo chiarezza sulle opportunità e i punti critici dell’olivicoltura moderna mettendo a confronto i due sistemi di allevamento: quello intensivo che rappresenta a oggi la gran parte degli oliveti moderni e quello superintensivo che sta lentamente trovando una diffusione in molti areali olivicoli del mondo e anche del nostro Paese.

Va tenuto presente che alcuni punti che oggi appaiono critici, potrebbero un domani, con l’introduzione di nuove tecniche agronomiche o varietà, trasformarsi in opportunità.

Opportunità del superintensivo

olivicoltura moderna

Tra i due sistemi di allevamento c’è una prima e sostanziale differenza: il costo di impianto. Se consideriamo tutte le operazioni colturali, la manodopera per la preparazione dell’impianto, comprendendo materiali e sistemi di irrigazione a goccia, parliamo di un costo complessivo di 14.000 – 15.000 €/ha nel superintensivo contro i 7.000 – 8.000 €/ha del sistema intensivo.

Gli impianti superintensivi sono in grado di garantire una maggiore produzione all’ettaro, quantificabile mediamente in circa il 30% nei primi 10 -12 anni.

Insieme alle alte produzioni si hanno minori costi di raccolta anche rispetto all’utilizzo di scuotitori del tronco con ombrello diffusi sugli impianti intensivi. Il costo della raccolta in continuo si può ipotizzare intorno a 0,10 €/kg, circa ¼ del costo della raccolta con ombrello.

Inoltre il superintensivo permette di anticipare l’entrata in produzione, in particolare nella cultivar di Arbequina, che inizia a produrre nel secondo – terzo anno di età. Il superintensivo richiede manodopera meno specializzata per le operazioni di potatura e consente di raccogliere in poco tempo notevoli quantità di prodotto, riducendo i tempi totali di raccolta; questo permette di avere olive raccolte al giusto stadio di maturazione con conseguenti miglioramenti sulla qualità dell’olio.

Tutto questo si traduce nell’opportunità di aumentare la produzione di olio EVO italiano che negli ultimi anni sta registrando una costante flessione.

Punti critici del superintensivo

Oltre ad avere maggiori spese di investimento e quindi anche tempi più lunghi per il ritorno economico, i sistemi superintensivi hanno una minore durata d’impianto; oggi gli impianti più vecchi risalgono al ’94 in Spagna e, dopo circa una decina di anni sembrano avere ridotto molto le potenzialità produttive, mostrando inoltre problemi legati ai danni causati dalla raccolta sui rami con sviluppi di malattie e decadenza delle piante. In ogni caso è difficile che questi impianti possano durare più di 20 -25 anni.

Un limite importante per la diffusione in Italia di questi sistemi è che solo poche varietà si adattano al superintensivo e queste non possono essere utilizzate nelle zone DOP. C’è il rischio di perdere caratteristiche organolettiche tipiche degli oli di alta qualità. L’introduzione obbligata di queste varietà vorrebbe dire rinunciare al patrimonio storico e culturale garantito dal germoplasma italiano così ricco di varietà; salvo poi fra qualche anno, tornare alle varietà autoctone come sta succedendo in parte in viticoltura. Va tenuto conto che il prezzo delle olive, trattandosi di varietà internazionali non introducibili nelle DOP, è circa il 20-25% inferiore a quello delle varietà autoctone.

Nei sistemi superintensivi si ha l’aumento di costi colturali, concimazioni, acqua, trattamenti fitosanitari e diserbi. In particolare la fittezza di tali impianti non garantisce sufficiente circolazione dell’aria aumentando l’esposizione delle piante a malattie fungine e insetti. Questi impianti necessitano di grossi volumi irrigui, fino a 1500 mc/ha a stagione, volumi generalmente incompatibili con le disponibilità irrigue delle zone tradizionalmente vocate a questa coltura. Un’altra condizione importante è quella di garantire una fertilità costante del suolo data l’elevata competizione dovuta alla densità di piante.

Inoltre è necessario che i terreni siano il più possibile pianeggianti per facilitare l’utilizzo delle macchine di raccolta in continuo. Le macchine per la raccolta hanno costi elevatissimi ed è un investimento che si giustifica solo con grandi superfici e la raccolta contoterzi non sempre è facilmente reperibile.

Ad oggi l’olio di Arbequina viene prodotto in diversi paesi del Mediterraneo a costi molto più bassi che da noi (1,5 €/kg) pertanto non sarà facile competere con questi paesi sull’olio proveniente da questa varietà.

Intensivo: opportunità e criticità

Il sistema di allevamento intensivo, oltre a richiedere un minor investimento iniziale per l’impianto, permette di ottenere una durata produttiva indefinita con una curva crescente negli anni delle rese per ettaro. Altro punto a favore è quello di avere un minor impatto ambientale dovuto al minor utilizzo di antiparassitari, diserbi e acqua.

Molto importante è anche la possibilità di utilizzare qualsiasi varietà autoctona specifica di ciascuna zona DOP, in grado di esprimere al meglio le caratteristiche organolettiche dell’olio che si intende produrre.

I sistemi intensivi necessitano di più ore di manodopera per la gestione colturale almeno per le operazioni più onerose rappresentate dalla potatura e dalla raccolta con conseguenti maggiori costi di produzione annui, solo parzialmente compensati dal minor investimento iniziale. L’entrata in piena produzione sarà in genere più lenta, con conseguente inizio del ritorno dell’investimento traslato di qualche anno.

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