Olivicoltura moderna: quale sesto d’impianto?

In questo primo blog dedicato alla olivicoltura cercheremo prima di tutto di fare un po’ di chiarezza sulle tipologie di impianti esistenti e di approfondire gli aspetti legati a quella intensiva e superintensiva.

L’olivicoltura in Italia

Il quadro strutturale dell’olivicoltura italiana è caratterizzato da una forte polverizzazione aziendale e dalla prevalenza di impianti tradizionali con meno di 200 piante per ettaro, che ne limitano sia la meccanizzazione che le rese produttive.

Affinché l’olivicoltura italiana possa crescere in competitività è necessario cercare di ridurre i costi di produzione soprattutto attraverso la ristrutturazione degli oliveti e l’adozione di modelli olivicoli innovativi.

D’altro canto stiamo assistendo negli ultimi anni ad una perdita di competitività del settore olivicolo italiano a scapito di Paesi che hanno investito molto in questo settore quali Spagna, Tunisia, Siria, Turchia, Marocco, Cile, Australia, Argentina.

Olivicoltura tradizionale

L’olivicoltura tradizionale rappresenta oggi in Italia la gran parte della superficie coltivata. Questa è caratterizzata da sesti molto ampi e da piante che spesso superano il secolo di età.

I sesti vanno dai 12 X 12 m delle zone dove veniva (e viene) praticata la consociazione con altre colture, agli 8 x 8 m, fino alle zone allevate a terrazzamenti, dove non è possibile parlare di sesti di impianto e le piante sono disposte in ordine sparso.

Si tratta ovviamente di una olivicoltura molto vecchia, che spesso riveste soprattutto un valore di tipo ambientale e storico, con una bassa redditività.

In alcuni casi, soprattutto al sud, questi impianti sono stati resi produttivamente interessanti grazie all’introduzione di infittimenti e macchine per la raccolta meccanizzata. Ovviamente questa non rappresenta una scelta possibile nella definizione dei nuovi impianti, tuttavia è una olivicoltura con la quale bisogna fare i conti e valutarne attentamente la convenienza economica.

Olivicoltura intensiva

Negli ultimi 45-60 anni si è sviluppata una olivicoltura più moderna, denominata intensiva e/o specializzata, nella quale la superficie di terreno viene dedicata esclusivamente alla coltivazione dell’olivo.

Tale olivicoltura, oltre che da forme di allevamento a vaso di varia natura, è caratterizzata da una densità di piante per ettaro che oscillano tra le 200 per i sesti di impianto più larghi (7 x 7 m) fino alle 450-500 per i sesti più fitti (4 x 5 m), per arrivare, in alcuni allevamenti a monocono, fino a circa 550.

E’ un’olivicoltura più competitiva, dove la specializzazione colturale ha portato all’introduzione di macchine specifiche per la gestione del terreno, strumenti agevolatori per le operazioni di potatura e macchine per la raccolta meccanizzata.

La coltivazione è spesso irrigua, attraverso la pratica della fertirrigazione che consente un attenuamento della alternanza di produzione e rese più elevate e costanti negli anni.

Olivicoltura superintensiva

Da alcuni anni si sta diffondendo un’olivicoltura che si ispira ai sistemi di coltivazione dei fruttiferi, e della vite, con forme di allevamento diverse e sesti di impianto che in alcuni casi estremi hanno raggiunto le 2500 piante/ha.

Questo tipo di coltivazione intensiva prende origine dalle esperienze di Italia e Spagna, i due Paesi principali produttori al mondo, anche se con sistemi e filosofie differenti.

In Italia nasce circa 40 anni fa, con l’introduzione dei sistemi di allevamento a monocono, dove la densità oscilla tra un massimo di circa 800 piante/ha e un minimo di circa 550 piante/ha, con sesti di impianto tra i 5 – 6 m tra le file e i 2,5 – 3 m sulla fila, collocandosi, come tipologia di impianto, a metà tra l’intensivo ed il superintensivo.

Gli obiettivi principali di questi sistemi di allevamento sono quello di ridurre il più possibile i costi di gestione, attraverso l’utilizzo di macchine per la potatura e per la raccolta, e quello di aumentare le rese per ettaro.

Prendendo spunto dalle esperienze italiane, in Spagna è stato sviluppato un sistema di allevamento a spalliera con forma della pianta a palmetta e sesti molto più fitti che superano la densità di  1000 piante per ettaro.

Le prime esperienze risalgono solamente a circa 25 anni fa (il primo impianto realizzato in Spagna risale al 1994), con sesti di impianto di 3 m tra le file ed 1,3 m sulla fila e con circa 2500 piante/ha.

Successivamente ci si è resi conto che la densità doveva essere ridotta, fino ad arrivare agli ultimi impianti che si stanno realizzando in Italia, con un sesto di circa 4 x 1,5 m o 4 x 2 m, che comportano da 1250 a 1650 piante/ha.

Questo tipo di allevamento ad alta densità si è sviluppato con l’obiettivo di aumentare il più possibile le rese per ettaro, grazie anche all’introduzione di varietà spagnole e greche ad alta produttività, veloce entrata in produzione, e sviluppo contenuto (Arbquina; Koroneiki; Arbosana).

Obiettivo ancora più importante del loro utilizzo è quello di introdurre la raccolta meccanica “in continuo” effettuata attraverso macchine scavallatrici derivanti dalla viticoltura, che consentono di abbattere la voce di costo della raccolta in maniera determinante.

Definito il sesto di impianto più adatto, si può procedere analizzando  gli altri fattori della produzione, che verranno trattati nei blog che seguiranno.

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